Es el fantasma que se cierne sobre este trabajo y puede condicionarlo fatalmente: reclinarse sobre lo ya hecho, sobre lo ya dicho, sobre lo ya visto,… - Massimo Recalcati

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Es el fantasma que se cierne sobre este trabajo y puede condicionarlo fatalmente: reclinarse sobre lo ya hecho, sobre lo ya dicho, sobre lo ya visto, reducir el amor por el conocimiento a mera administración de un conocimiento que ya no nos reserva sorpresa alguna.

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«Non siamo fatti per morire, ma per nascere, affermava Hannah Arendt. Tuttavia la nostra vita inizia a morire già con il suo primo respiro. Non solo perché la morte è il destino inesorabile che ci attende alla fine della vita, ma perché in ogni istante della nostra vita c’è qualcosa che si perde, si stacca, si separa da noi stessi, scompare. In questo senso la morte non è, come ricordava Heidegger, l’ultima nota della melodia dell’esistenza che ne chiude il movimento, ma una “imminenza sovrastante” che ci accompagna da sempre.

Questa imminenza sovrastante della morte definisce propriamente la forma umana della vita. L’esistenza di un fiore o di un animale vive senza conoscerla. Il fiore e l’animale sono, infatti, espressioni di una vita eterna. Anch’essi sono destinati a perire, ma la loro vita non conosce l’assillo e il pensiero della morte. La vita animale è vita sempre piena di vita, vita che non conosce la ferita della finitezza o, meglio, che non conosce la finitezza come ferita necessariamente mortale della vita. L’uccello nel cielo, come il giglio nei campi, per riprendere una nota immagine evangelica, non conoscono l’erosione del tempo perché vivono in un eterno presente, in un solo grande “oggi”. Essi hanno deposto ogni forma di attesa, non restano sotto il peso incombente della fine perché il loro beato magistero ha sospeso il divenire del tempo in un “adesso” che non si lascia corrompere dal divenire delle cose. La vita animale, come quella vegetale, non esclude affatto la fine – il cane, come il fiore, perisce, la sua esistenza, come quella umana, ha “i giorni contati”, come direbbe il Qoèlet biblico –, tuttavia non conosce affatto la morte come destino incombente in ogni momento della vita, come possibilità sempre possibile o come impossibilità di tutte le nostre possibilità. Per questa ragione nella loro forma di vita – la vita piena di vita, vita che coincide con se stessa – non vivono la separazione da se stessi, non vivono né lo struggimento del de

Όταν λοιπόν τελειώνει ένας έρωτας, δεν τελειώνει ποτέ μόνο ένας έρωτας, αλλά κυρίως, μαζί με αυτόν, τελειώνει ο κόσμος που οι Δύο είχαν δημιουργήσει. Στον θάνατο ενός έρωτα πεθαίνει ολόκληρος ο κόσμος των Δύο, των αντικειμένων τους, των τελετουργιών τους, των αναμνήσεων τους, των ταξιδιών τους, των μερών όπου πήγαιναν για φαγητό μαζί, των βιβλίων τους, των σπιτιών τους, της ένωσης των σωμάτων τους, της ίδιας τους της ζωής, γιατί η ύπαρξη του έρωτα ήταν αυτό που έδινε νόημα σε αυτόν τον κόσμο που τώρα πια δεν υπάρχει.

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Για τον Φρόιντ, ο έρωτας είναι ουσιαστικά ένας φαντασιακό φαινόμενο που ανήκει στη σφαίρα του ναρκισσισμού: Αναλώνεται ανάμεσα στις απατηλές αντανακλάσεις του καθρέφτη. Δεν αγαπάμε το αγαπημένο πρόσωπο γι’ αυτό που είναι, αλλά μόνο γι’ αυτό που φανταζόμαστε πως είναι ή, για να είμαστε πιο ακριβείς, για το ιδανικό του εαυτού μας που αυτό (το αγαπημένο πρόσωπο) αντανακλά. Αγαπώ από σένα το ιδεώδες Εγώ μου, τον τρόπο με τον οποίο το βλέμμα σου με κοιτάει και με καθιστά αγαπητό.

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