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Il segreto più profondo di Olimpia è racchiuso in quest'unica nota cristallina: lottare è un gioco, vivere è un gioco, morire è un gioco; profitti e perdite non sono che distinzioni passeggere, ma il gioco pretende tutte le nostre forze, e la sorte accetta, come posta, unicamente i nostri cuori.

Alcuni dicono che la vita è solo un insieme di sventure; in altre parole, che la vita è una sventura; ma se la vita è una sventura, la morte deve essere sicuramente il contrario, cioè una fortuna, dato che la morte è l'opposto della vita. Questa conclusione sembrerebbe inevitabile. Ma coloro che parlano così sono sicuramente malati o poveri, fossero in buona salute, avessero la borsa ben fornita, l'allegria in cuore, delle Cecilie, delle Marine e la speranza di altre cose ancor migliori, allora cambierebbero sicuramente parere. Io li considero una razza di pessimisti che si alligna solo tra i filosofi spiantati e i teologhi bricconi e atrabiliari. Se il piacere esiste e lo si può godere solo da vivi, la vita è una fortuna.

Perché mai la vita moderna ha generato orrori al cui confronto le vecchie tragedie sembrano spettacoli per bambini? Forse perché l'umanità in cerca di avventura ha cambiato troppo il mondo esterno che genera la vita.

La sofferenza è insita nella natura umana; ma non soffriamo mai, o almeno molto di rado, senza nutrire la speranza della guarigione; e la speranza è un piacere. Se talvolta l'uomo soffre senza speranza di guarire, la sicurezza matematica che l'esistenza finirà deve essere un piacere; perchè, nella peggiore delle ipotesi, la morte sarà un sonno pesante, durante il quale saremo consolati da sogni felici, oppure la perdita della conoscenza; ma quando godiamo, la riflessione che il nostro godimento sarà seguito dalla sofferenza non viene mai a turbarci. Il piacere, quindi, mentre ce lo procuriamo, è sempre puro; il dolore è sempre temperato.
[...]
L'uomo saggio, credetemi, non potrà mai essere completamente infelice; sono propenso a credere al mio amico Orazio, il quale afferma che il saggio è sempre felice: nisi quum pituita molesta est. Ma qual è il mortale che ha sempre il catarro?

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Quanto durerebbe se fosse vero? il tempo di stringerti tra le braccia. La gioventù rende bello tutto, persino l'infelicità. Incanta quando con i riccioli di una chioma bruna può asciugare le lacrime man mano che scorrono sulle guance. Ma la vecchiaia rende brutta persino la felicità; nell'infelicità è ancora peggio: i radi capelli bianchi che restano sulla testa calva di un uomo non saranno mai abbastanza lunghi da asciugare le lacrime che cadono dai suoi occhi.

Nel fisico era cresciuto, dimagrito, le tempie ormai cominciavano a ingrigirsi, ma per il bambino di allora, o per l’uomo di oggi, tutte le cose che servono su questa terra non significavano nulla, così come non aveva ancora imparato a conciliare il corso immutabile dell’universo di cui lui stesso era parte (una parte molto effimera) con la nozione filosofica del tempo che passa: in pratica non sapeva bene cosa fosse il futuro. Assisteva agli eventi umani che scorrevano lenti intorno a lui senza mostrare passioni o coinvolgimento personale, le sue effettive difficoltà intellettive erano sempre venate da una malinconica tristezza, perché nonostante gli sforzi, non riusciva a capire, e di conseguenza a vivere, come i cari amici che conosceva: il suo cervello, preda di un meravigliato stupore, era scollegato dalle normali faccende terrene (con terribile vergogna della madre, e massimo divertimento della gente locale), sembrava vivere nell’invulnerabilità di un istante eterno, come in una bolla di sapone che non sarebbe mai scoppiata.

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«Non siamo fatti per morire, ma per nascere, affermava Hannah Arendt. Tuttavia la nostra vita inizia a morire già con il suo primo respiro. Non solo perché la morte è il destino inesorabile che ci attende alla fine della vita, ma perché in ogni istante della nostra vita c’è qualcosa che si perde, si stacca, si separa da noi stessi, scompare. In questo senso la morte non è, come ricordava Heidegger, l’ultima nota della melodia dell’esistenza che ne chiude il movimento, ma una “imminenza sovrastante” che ci accompagna da sempre.

Questa imminenza sovrastante della morte definisce propriamente la forma umana della vita. L’esistenza di un fiore o di un animale vive senza conoscerla. Il fiore e l’animale sono, infatti, espressioni di una vita eterna. Anch’essi sono destinati a perire, ma la loro vita non conosce l’assillo e il pensiero della morte. La vita animale è vita sempre piena di vita, vita che non conosce la ferita della finitezza o, meglio, che non conosce la finitezza come ferita necessariamente mortale della vita. L’uccello nel cielo, come il giglio nei campi, per riprendere una nota immagine evangelica, non conoscono l’erosione del tempo perché vivono in un eterno presente, in un solo grande “oggi”. Essi hanno deposto ogni forma di attesa, non restano sotto il peso incombente della fine perché il loro beato magistero ha sospeso il divenire del tempo in un “adesso” che non si lascia corrompere dal divenire delle cose. La vita animale, come quella vegetale, non esclude affatto la fine – il cane, come il fiore, perisce, la sua esistenza, come quella umana, ha “i giorni contati”, come direbbe il Qoèlet biblico –, tuttavia non conosce affatto la morte come destino incombente in ogni momento della vita, come possibilità sempre possibile o come impossibilità di tutte le nostre possibilità. Per questa ragione nella loro forma di vita – la vita piena di vita, vita che coincide con se stessa – non vivono la separazione da se stessi, non vivono né lo struggimento del de

Aveva trovato un piacere bizzarro, si rifiutava di chiamarlo una virtù, nel prendersi cura di quel tipo di persone che avevano da lungo tempo cessato di aspettarsi gentilezza o amicizia dagli uomini, ma si accontentavano di accettare i riluttanti servigi che gli strumenti e i dipendenti, spesso insensibili, di quelle benintenzionate istituzioni somministrano ai poveri ammalati sotto loro tutela.
Non sono medicine, brodi e carne dura, servite ad ore fisse con tutte le rigide formalità di una prigione - non è l'autosufficiente elemosina di un letto su cui morire - ciò che l'uomo in punto di morte si aspetta dai suoi simili.
Sguardi, attenzioni, consolazioni - in una parola solidarietà, è ciò di cui un uomo ha più bisogno al terribile chiudersi delle sue sofferenze mortali. Uno sguardo gentile, un sorriso, una goccia di acqua fredda per le labbra rinsecchite - per queste cose un uomo vi benedirà nella morte.

«Noi ci volgiamo all'Oriente in cerca di una saggezza che non useremo, e al dormiente in cerca del segreto che non scopriremo. E allora vi chiedo: com'è la notte, la notte terribile? L'oscurità è il rifugio dove va ad appollaiarsi il cuore dell'amata, ed è l'uccello notturno che gracchia contro il suo spirito e il vostro, lasciando cadere in mezzo a voi l'orrenda estraneità delle sue viscere. Il gocciolio delle vostre lacrime è il suo pulsare implacabile. Gli abitanti della notte non seppelliscono i loro morti, la creatura mondata del guscio dei suoi gesti essi l'appendono al collo a voi, sveglia, che siete la loro beneamata. E dovunque andiate, la creatura vi seguirà, voi coi vostri vivi, l'amata coi suoi morti, e non morirà mai, verso la luce del giorno, verso la vita, verso il dolore, fino a che non sarete entrambe carogne.»

Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito.
Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell'altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, cosi distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza.
Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo.

Ma io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita. La felicità è una bella schifezza e una carogna e bisognerebbe insegnarle a vivere. Non siamo della stessa razza, io e lei, e a me non me ne frega niente.

Anche oggi tempo splendido, una di quelle gloriose giornate della Sierra in cui ci si sente come dissolti, assorbiti, spinti innanzi pulsanti, non si sa dove. La vita non pare né lunga né breve, non ci si preoccupa di risparmiare tempo o di affrettarsi più di quanto facciano alberi e stelle. Questa è la vera libertà, un buon surrogato mortale dell'immortalità.

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